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Giovedì 8 Gennaio 2026

Perse 2400 attività in Veneto, ma la desertificazione non dipende dagli H24

Il presidente regionale di Confcommercio Veneto, Patrizio Bertin, ha lanciato un allarme preoccupante. In un solo anno, secondo i dati dell’Ufficio studi dell’associazione, in Veneto sarebbero scomparse circa 2.400 attività del terziario, un numero che fotografa una desertificazione commerciale ormai strutturale e destinata, se il trend non cambierà, ad aggravarsi ulteriormente nei prossimi anni.

Il fenomeno riguarda in modo trasversale centri storici, quartieri periferici e piccoli comuni, con migliaia di negozi sfitti e intere aree urbane che perdono progressivamente funzioni economiche e sociali. È un processo che non nasce oggi e che non può essere spiegato con una singola causa. Eppure, nel dibattito pubblico, soprattutto quando si parla di tutela dei centri storici, continua a riemergere una lettura semplificata che individua negli esercizi H24 un bersaglio privilegiato.

Ordinanze restrittive e limiti alle aperture notturne vengono spesso presentati come strumenti di contrasto al degrado urbano, lasciando intendere che la presenza di attività aperte 24 ore su 24 sia una delle concause dello svuotamento del commercio tradizionale. Una narrazione efficace sul piano comunicativo, ma che rischia di confondere effetti e cause. La desertificazione del commercio ha radici molto più profonde, legate all’aumento dei costi fissi, agli affitti non sostenibili, alla contrazione dei consumi e a una burocrazia che pesa soprattutto sulle imprese più piccole.

A questo si aggiungono scelte urbanistiche che negli anni hanno reso sempre più complesso raggiungere i centri cittadini, tra cantieri permanenti, limitazioni alla mobilità e riduzione dei parcheggi. In un contesto di questo tipo, gli H24 non rappresentano la causa del problema, ma semmai una risposta a una domanda di servizi continui che il commercio tradizionale fatica sempre più a intercettare.

Continuare a colpire gli H24 non fermerà la desertificazione commerciale. Senza interventi su costi, accessibilità e politiche urbane, le chiusure continueranno a crescere, indipendentemente dagli orari di apertura.

Il governo cambia caffè, Palazzo Chigi archivia Nespresso e sceglie Lavazza

Dopo mesi di polemiche e ironie, la Presidenza del Consiglio archivia definitivamente la parentesi Nespresso e vira su una soluzione tutta italiana. Nelle stanze del governo arrivano le capsule Lavazza, con una fornitura che viene veicolata da IVS Italia.

Secondo la documentazione richiamata dalla stampa, l’ordine riguarda una fornitura stimata in circa 70 mila capsule all’anno, con una richiesta complessiva che arriva fino a 96.982 pezzi per coprire le scorte del 2026. Tradotto in consumi, significa poco meno di 300 caffè al giorno, che salgono verso quota 400 se si considera il livello massimo di stock previsto.

Anche i costi sono messi nero su bianco. Il valore unitario indicato è di 0,46 euro a consumazione, comprensivo di bicchierino, paletta e zucchero. L’affidamento è strutturato su un contratto biennale con possibilità di estensione al terzo anno, per un importo complessivo che si colloca intorno ai 135 mila euro.

 


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