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Nella smorfia napoletana il 42 è il caffè. Nel vending è il problema
C’è un numero che nessuno ha evidenziato dopo la diffusione dei dati di settore a Venditalia. Su decine di fonti sono usciti i numeri che Jakala ha presentato a Rimini, in particolare quelli relativi al fatturato 2025 (1.547.702.555 euro) e alle relative consumazioni (3.658.597.110).
Ed è molto strano, perché basta una semplice divisione per capire che il prezzo medio del vending italiano si è attestato a 42 centesimi (42,29 per l’esattezza). In un settore falcidiato dagli aumenti, in cui tutti sono d’accordo che il caffè dovrebbe costare come minimo 50 centesimi, il prezzo medio di tutte le consumazioni è invece 42.
È vero che, secondo quegli stessi dati, bevande calde e acqua cubano oltre l’80% delle consumazioni, ma dentro quei 42 centesimi ci sono anche snack, barrette, bevande funzionali ed energetiche, referenze che tranquillamente superano l’euro in macchina e in alcuni casi arrivano a 2 euro. Ma allora, a 42 centesimi, qual è il prezzo medio reale del caffè nel vending? Preferiamo non scoprirlo, soprattutto in un periodo in cui lo stesso prodotto al bar viaggia ormai attorno a 1,20 euro.
Ecco perché il 42, che nella smorfia napoletana rappresenta proprio “’o ccafè”, rischia di diventare il numero simbolo del vending italiano. Non dell’innovazione, non della crescita, non della rivoluzione tecnologica raccontata negli ultimi anni, ma dell’incapacità cronica del settore di valorizzare economicamente ciò che vende ogni giorno a milioni di italiani.
Quando si parla di cambiamento bisogna partire da quel numero. Perché finché resterà 42, tutto il resto non funzionerà mai.
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